Il Disco Rosso e 60 anni di gioco in San Paolino

Le operaie della manifattura le prime clienti:
ora è regno degli appassionati di modellismo

di Anna Saccoccio

LUCCA. «Ricordo esattamente il giorno in cui montammo l’insegna del Disco Rosso. Era una scritta al neon luminosa, rosso fiammante, all’epoca andavano molto di moda». A parlare è Luciano Chelini, calzolaio. È appoggiato alla porta chiusa del suo negozio in via San Paolino, in piedi sul gradino esterno, le braccia incrociate sul grembiule da lavoro, mentre racconta, con un gesto indica il negozio di giocattoli di fronte, sul lato opposto della via. Era il 1956, Luciano aveva meno di vent’anni e lavorava per una ditta di neon di Lucca, la “Neon Scalena”. Quando poteva aiutava il cognato a riparare le scarpe nel negozio che sarebbe in futuro diventato suo e che oggi gestisce assieme al figlio Danilo. «Lisa e Sergio erano due persone fantastiche – racconta parlando dei coniugi Di Martello, i primi proprietari del negozio di giocattoli, che negli anni ne cambiò quattro e ora appartiene a Roberto Giorli, ultimo giocattolaio rimasto in centro storico – Si era molto amici, iniziammo a lavorare nella via negli stessi anni, si chiacchierava, si viveva assieme».

Prima i Di Martello avevano un bar in centro storico, poi decisero di aprire il Disco Rosso. Non avevano figli, ma ci sapevano fare con le persone e con i bambini, lavoravano molto, in quegli anni le cose andavano bene per tutti. Via San Paolino era molto vissuta, un continuo via vai di persone, soprattutto donne. «Uscivano dalla manifattura a fine giornata, giravano l’angolo proprio dietro al Disco Rosso, le vedevi passare in bici, era una vera e propria processione, si fermavano nelle botteghe a comprare gli ingredienti per la cena e poi entravano a fare acquisti negli altri negozi. Il giocattolo per i bambini era un classico». Il cavallino, la trottola, la bambola, il piccolo falegname, il meccano: le mamme lavoravano e potevano permetterseli. I negozi lasciavano pagare a fine mese. «In questo modo hanno guadagnato bene in molti, i clienti saldavano i conti puntualmente una volta ricevuto lo stipendio» racconta Luciano Chelini. Sergio e Lisa lavorarono fianco a fianco per anni, poi Sergio si ammalò e smise di andare in negozio. «Arrivò una sorella di Lisa dall’Argentina, Carolina, con la figlia. Era rimasta vedova e aveva deciso di tornare a Lucca, raggiunse Lisa dietro al bancone e gestirono il negozio assieme fino a quando non andarono in pensione».

Il Disco Rosso

Nell’82 il Disco Rosso passò nelle mani del suo secondo proprietario, il signor Puccinelli, titolare anche di un negozio di macchine fotografiche. Purtroppo dopo meno di dieci anni di attività, il il Disco Rosso fallì. Venne venduto all’asta e comprato da Dante Marchi, suocero dell’attuale titolare, che dal 1991 lo gestì per più di vent’anni, fino a quando, un anno fa, passò a Roberto Giorli. Dagli anni ’90 il negozio cominciò a specializzarsi in modellismo, settore che oggi, in cui il giocattolo si vende sempre meno, garantisce a Roberto alcuni clienti fissi.

«Accadde quasi per caso – racconta – quando mio suocero comprò il negozio e i giocattoli rimasti invenduti, in magazzino trovò molti modellini. Non volle disfarsene visto che avevano un certo valore e anzi decise di integrare l’offerta». Oggi il Disco Rosso continua ad attrarre appassionati di modellismo. Vengono per osservare le moto e le macchine riprodotte in miniatura, arricchire la loro collezione o chiedere un consiglio. Ingolfato nel suo piumino blu un uomo cammina spedito per via San Paolino, si ferma di fronte al negozio, osserva i modellini esposti in vetrina e entra. Si chiama Stefano Giusti. Classe ’55, frequenta il Disco Rosso da anni. Il primo modellino lo comprò nel 1996. «Era la Aston Martin DB5 di 007 della Corgytoys. Scala 1:33. Ricordo ancora il prezzo. La pagai cento mila lire», racconta con un sorriso. Il negozio l’ha scoperto da grande, da bambino andava al 48 o alle Mura, che ora non ci sono più. Negli anni sono cambiati i clienti, i giocattoli, i proprietari, ma il Disco Rosso continua a fare sognare grandi e piccoli, l’insegna non è più illuminata come un tempo, ma è sempre lì, vintage, simbolica e testimone per sessant’anni della vita di San Paolino.

IL PROGETTO #LUCCAINSEGNE

Tratto dal Il Tirreno cronaca di Lucca del 18 gennaio 2017

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Insegne di Lucca #2

Lo scandalo delle due Veneri in via Fillungo

Per #luccainsegne la storia della vetrina della profumeria Mennucci e delle polemiche per le donne svestite.  di Luca Cinotti Tratto da Il Tirreno ed. Lucca del 11/01/2017

La vetrina dell’ex profumeria VenusLa vetrina dell'ex profumeria Venus

LUCCA. Daniele da Volterra, detto “Il Braghettone” era il pittore che venne incaricato nel Cinquecento di coprire le “nudità” michelangiolesche nella Cappella Sistina. E forse qualcuno lo invocò anche nel 1922, quando a Lucca, in piena via Fillungo, fece scandalo la nuova vetrina della profumeria Venus di Pietro Mennucci, che mostrava in bassorilievo due donne senza veli.

La seconda tappa del nostro viaggio fra le vetrine storiche della città ci porta nel cuore pulsante delle città e del suo commercio. In quella via Fillungo dove, già all’inizio del Novecento, Pietro Mennucci aveva una rivendita di giornali e profumi a due passi dalla Loggia dei Mercanti. Nel 1905 la grande intuizione commerciale e imprenditoriale: rinnovò i locali fatiscenti per creare una profumeria di lusso, in un ambiente di grande suggestione creda dalla maestria di Spicciani. Un salottino campeggiava in mezzo alla sala, incastonato fra il bancone e gli armadi lungo le pareti.

L’aspetto esterno, che possiamo ammirare anche oggi, risale come detto al 1922. Quando venne realizzata la grande “mostra” in marmo bianco. C’è unìattribuzione allo scultore Alfredo Angeloni, anche se su questo non vi è concordia. Sulla qualità del lavoro, invece, non ci sono né ci possono essere dubbi di sorta. Un manufatto che si inserisce nella migliore tradizione del liberty. Le due figure femminili – una di fronte, una di schiena – con i capelli sciolti e le decorazioni in bronzo subito al di sopra, sono perfetta sublimazione di questo periodo che tanto ha realizzato nel centro di Lucca ma anche al di là del Monte di Quiesa, in Versilia.

Una foto d'epoca dell'interno della...

Eppure ci fu chi non apprezzò affatto questo lavoro, e in particolare questi due bassorilievi. Come ricordato infatti dalla professoressa Carla Sodini, a tanti quelle che forse erano allegorie di Veneri parvero troppo audaci. Nel giugno di quell’anno sulle pagine de “Il Mondo Lucchese” comparve un articolo che lodava l’iniziativa di Mennucci e il negozio «magnifico, sfolgorante di luce, improntato a criteri di eleganza e di modernità non comuni». Ma il pezzo proseguiva poi così: «Si è voluto è vero rilevare, forse giustamente, che quella mostra di niveo marmo, anche per lo stile, non è troppo intonato all’ambiente lucchese». Salvo riconoscere che «le ulteriori sagomature in ottone che vi sono state apposte hanno notevolmente modificata questa impressione».

Pietro Mennucci non si fece toccare dalle critiche e andò avanti per la sua strada, con la sua attività. Anzi, secondo l’anonimo articolista del 1922, le sue idee avrebbero dovuto essere di ispirazione per altri commercianti. Molti di loro, invece, pe rnon attirare l’attenzione del fisco, preferivano «a disdoro dell’estetica della città» tenere i denari in banca, «anziché trasformare i loro negozi, sia pure sbagliando l’intonazione e lo stile».

La famiglia chiuse la profumeria e cedette il fondo nel 1986, dopo oltre ottant’anni di attività.

Da allora e per lungo tempo il negozio ha ospitato una rivendita di scarpe. Oggi, dopo un periodo di chiusura, all’interno è tornata a esserci una profumeria, che ha intonato tutto l’ambiente a una nota azzurra, che certo ha modificato l’aspetto originario. Con il tempo è persa anche parte degli arredi, a cominciare dal salottino. È rimasta invece fortunatamente intatta la vetrina e l’ingresso. Caratterizzata non solamente dalla struttura in marmo, ma anche dai due ingressi in legno e dalle ampie vetrate di esposizione.

UN FURTO CHIAMATO BONUS (Marco Palombi)

Triskel182

La mancetta

IL GOVERNO RESTITUIRÀ AI PENSIONATI SOLO LE BRICIOLE DEI SOLDI CHE MONTI GLI AVEVA TOLTO ILLEGALMENTE. “NESSUNO PERDE NIENTE”, SOSTIENE PADOAN. MA SARÀ SOMMERSO DAI RICORSI.

Il ministro dell’Economia, ieri all’ora di pranzo, nella sala stampa di palazzo Chigi, metteva le mani avanti: “Nessuno perde niente. Il problema è chi ci guadagna e quanto”. Pier Carlo Padoan si riferiva al decreto appena approvato dal Consiglio dei ministri per “sterilizzare” la sentenza della Consulta che ha dichiarato incostituzionale il blocco delle pensioni deciso da Mario Monti per il 2012 e 2013. In sostanza, ai pensionati vanno le briciole o niente di quel che hanno perso (vedi gli esempi qui accanto): il primo agosto riceveranno un versamento una tantum che sembra un’elemosina ribattezzato “bonus Poletti”, dal nome del ministro del Lavoro.

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Si potrà lasciare prima ma con meno soldi (Roberto Mania)

Triskel182

I punti

Lasciare prima il lavoro con una pensione minore e dare più spazio ai giovani.

PRIMA in pensione ma con un assegno più basso. Il governo ha annunciato che con la prossima legge di Stabilità cambierà di nuovo l’età per andare in pensione. Non più la rigidità della legge Fornero (oggi l’età per la pensione di vecchiaia è di 66 anni e 3 mesi per gli uomini e le donne tranne che per le lavoratrici del settore privato per le quali servono 63 e 9 mesi) ma forme di flessibilità con penalizzazioni crescenti dell’assegno quanto più ci si allontana dall’età standard per la vecchiaia. Insomma si estenderà a tutti, anche a coloro che andranno ancora in quiescenza con il sistema retributivo e a coloro che ci andranno con il sistema misto (retributivo e pro-rata contributivo) l’effetto del calcolo contributivo: se vai prima in pensione, l’ammontare dei contributi che hai versato e che determina la pensione si…

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#LaBellaResistenza e i guerrieri Ninja

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Cari amici, purtroppo si avvicina il 70º anniversario della liberazione. Lo so, qui a nessuno frega sega del 25 aprile, ma è comunque opportuno fasarci al meglio per evitare inutili perdite di tempo.

So che nessuno di voi si sognerebbe di lanciarsi in noiosi approfondimenti divisivi o inutili distinguo ideologici, ma volevo comunque condividere qualche highlight, sperando possa esservi utile. In seguito al brainstorming, vi inoltrerò qualche slide, assieme ai vostri follow-up.

Andiamo con ordine.

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La storia della Manifattura Tabacchi di Lucca

Lontane origini militari: aveva questa caratteristica la zona della Cittadella, dove nel secondo decennio del quattordicesimo secolo era stata costruita una fortezza per volontà di Castruccio Castracani. Fortificazione che poi fu abbattuta con la caduta della sua signoria, lasciando che i locali venissero utilizzati all’inizio del Cinquecento come magazzino dell’Offizio sopra l’Abbondanza, la magistratura cittadina che si occupava dei rifornimenti per fronteggiare le annate di carestia.

Bisogna arrivare all’Ottocento per vedere attribuita a quei luoghi la funzione che poi hanno ricoperto per anni e anni. Precisamente al 7 luglio 1815, quando il locale della Cittadella fu adibito a fabbrica dei tabacchi. L’altra parte del sito era invece stato occupata dal 1513 da un convento femminile domenicano, che portò avanti la propria funzione per 300 anni, fino a quando Elisa Baciocchi ne ordinò l’espropriazione e il trasferimento delle monache nel monastero dell’Angelo.  Alla fine del 1807 l’ex-convento divenne la sede dell’Istituto Elisa, una nuova istituzione educativa che faceva parte di un ambizioso disegno di riorganizzazione complessiva della pubblica istruzione. Solo nel 1892 il fabbricato venne acquistato dal Ministero delle Finanze e accorpato alla contigua fabbrica del tabacco.

Nel primo decennio del ‘900 nello stabilimento lavoravano 111 operai e 1.400 donne con l’aiuto di 45 macchine operatrici. La manifattura, in questo periodo, aveva inoltre potenziato le proprie risorse energetiche con l’installazione di motori a vapore che andavano ad aggiungersi a quelli idraulici mossi dal condotto pubblico. Tra gli anni Venti e Trenta le strutture dell’intero sito manifatturiero vennero sottoposte a significativi restauri e a un ampliamento con la costruzione di un nuovo edificio affacciato su Piazzale Verdi. Dopo l’accrescimento degli spazi lavorativi, si installarono nuovi macchinari e un impianto idroelettrico (anno 1933). A quell’epoca erano impiegati nella Manifattura 3.000 operai che ogni anno trasformavano circa 2.000 tonnellate di tabacco in spuntature, sigari Toscani e sigarette.

L’accrescersi della produzione richiese, negli anni Quaranta, l’approntamento di una centrale termica a olio pesante a supporto dell’energia idrica del canale, nonché la realizzazione di nuovi edifici per accogliere le officine e i servizi per il personale: il dopolavoro, l’asilo nido, la cucina interna e la cassa di maternità.

Art. tratto da Lo schermo

Foto:

Alberto Bertoncini
www.albertobertoncini.it

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Favola della piccola scuola della piccola città

Assolutamente da non perdere, sono 5 minuti di lettura di grande intensità!

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C’era una volta una piccola città in un Bel Paese dei Balocchi. Al centro di questa piccola città, c’era una piccola scuola.

In quel Bel Paese la scuola era pubblica, democratica, antifascista, aperta, inclusiva, accogliente. Era considerata un bene comune, “organo costituzionale” fondamentale per la democrazia, come quegli organi che nell’organismo creano il sangue.

Naturalmente c’era anche la scuola privata, ovviamente senza alcun onere per lo stato (e non si vedeva come potesse essere altrimenti), ma era considerata il posterius, rispetto alla scuola pubblica che era il prius e molta attenzione veniva impiegata a garantirne qualità e serietà, favorendo non certo la concorrenza al ribasso, ma impegnandosi fattivamente a migliorare la scuola pubblica, grazie al confronto con le migliori scuole private.

Rispetto alle scuole cattoliche, protestanti, musulmane, neoliberiste (un solo alunno per classe, a favorire l’individualismo), alpigiane e per cinofili, la scuola pubblica non creava cattolici, protestanti, marxisti o…

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