Dai libri ai vestiti, senza perdere il gusto

La libreria Massoni era attiva già fra le due guerre mondiali. Ora vende abiti: la struttura delle vetrina è stata rispettata

di Luca Cinotti

 

 

LUCCA. C’è stato un tempo nel quale le librerie non somigliavano a supermercati e i supermercati non vendevano romanzi e saggi fra il pan carrè e i surgelati. Quando passeggiando a distanza di sguardo da Canto d’Arco potevi incappare in almeno quattro locali pieni di scaffali: c’era la “Mondadori per voi” accanto all’attuale mega Mondadori di palazzo Cenami; la Guidotti a due passi da piazza San Giusto; nella stessa piazza, la libreria che un tempo apparteneva alla Curia. E in via Santa Croce la libreria Massoni. Anzi, più semplicemente, “la” Massoni. Una delle più vecchie di Lucca: secondo l’architetto Pietro Carlo Pellegrini l’attività risale 1931. Altre fonti risalgono una decina d’anni indietro nel tempo, fino al 1921. In ogni caso, cambia ben poco: si tratta (si trattava) per anzianità della seconda libreria di Lucca, dopo la Baroni e l’unica a essere sempre rimasta nella propria sede originaria. Le radici nel periodo fra le due guerre sono ben visibili nelle decorazioni “a pendaglio” che campeggiano a lato delle grandi lettere dorate in campo nero. Una combinazione cromatica presente in tantissime insegne storiche del centro, così come la cornice in legno, rimasta inalterata, e lo spazio dell’esposizione nella vetrina. Certo, i libri sono soltanto un ricordo. Se ne sono andati nel 2014, dopo un ultimo cambio di gestione a partire dal 2005. Negli ultimi anni la libreria aveva ampliato la propria offerta, proponendo anche oggettistica – oltre ai volumi. Ma la crisi economica e la concorrenza di grandi marchi e grandi spazi non ha lasciato margini di manovra: gli ultimi proprietari hanno provato a verificare la presenza di imprenditori pronti a rilevare l’attività, ma senza successo.

Così gli spazi di via Santa Croce hanno trovato un altro affittuario, ma di genere diverso: vi è sbarcato lo stilista livornese Stefano Veneziani, che propone abiti maschili dal gusto retrò o, come si usa dire, vintage. Un gusto che si riflette anche nella cura con la quale è stata risistemata l’intera vetrina, a partire dall’insegna. Che non solo non è stata rimossa (si tratta fra l’altro di una di quelle tutelate anche dal regolamento comunale) ma è stata ripresa nella “nuova” insegna, più piccola, che replica anche le decorazione della “sorella maggiore”. Una cura filologica che serve a lenire il rimpianto di chi la libreria Massoni ha frequentato per decenni consapevole di potervi trovare il libro voluto, in tempi in cui non c’era Amazon a rendere tutto più facile. La Massoni era anche uno dei punti vendita principali per la vendita dei libri scolastici: in estate i fogliettini verde chiaro con le indicazioni dei testi adottati dai professori venivano consegnati alle scuole, che poi li facevano arrivare alle famiglie. E nei giorni immediatamente precedenti a Santa Croce la libreria era affollata di ragazzi e genitori per gli ultimi acquisti.

Fotogrammi di un tempo (e di una città) che non c’è più, magistralmente fermati dall’architetto Mauro Lovi ne “Il libro dei giorni”, volume edito poco più di dieci anni fa proprio dalla libreria Massoni: «Ne feci la sua conoscenza quando andammo a prendere i libri della prima media con mia madre. Venivamo con la corriera, apposta, dalla campagna e nell’attesa che aprisse il pomeriggio, andavamo a prendere una cioccolata con panna alla pasticceria Pera, lì vicino sempre in via Santa Croce. Gli attuali proprietari e gestori, assieme a Luciana, preziosa e affettuosa memoria storica della libreria, si sono presi il compito di marcare l’identità della libreria selezionando proposte, in quelle isole dell’editoria non troppo frequentate dalla grande distribuzione.

Queste scelte finiscono nella vetrina, dove si cambiano spesso i libri, creando curiosità e attrazione, invitandoci a fermarci e fare uno spuntino di cultura, quando non è possibile per la fretta entrare e consumare un pranzo all’interno».

(5-continua)

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La vetrina “ferita” dell’arrotino gentiluomo

La coltelleria in via Calderia è nello stesso posto da oltre cinquant’anni. Ad aprirla fu Romano Bonini, andato in pensione nel 2007

di Luca Cinotti

 

 

LUCCA. Storia di coltelli, di bottiglie lanciate come proiettili e di vandali. In mezzo, un’insegna quella di un negozio che da tanti anni cattura l’immaginazione di tanti ragazzi, con i coltellini svizzeri dai mille accessori e quelli militari, che richiamano i film di avventura degli eroi di Hollywood. È quella che oggi si chiama “Coltelleria Zoppi” in via Calderia, d’angolo con Corte Portici. E che per oltre quarant’anni è stato il regno dell’“arrotino gentiluomo”, al secolo Romano Bonini.

Oggi l’insegna – posizionata nel 1965, quando Bonini aprì la sua attività – appare gravemente danneggiata. La sua lastra di vetro con le grandi lettere in oro (uno stile comune nelle strade di Lucca) è spaccata in maniera evidente. Storia di una decina di anni fa. Quando un gruppo di non meglio precisati vandali si divertì a scambiare l’insegna per un bersaglio per il poco encomiabile sport del lancio delle bottiglie. Da allora – purtroppo – la vetrina non è mai stata riparata.

Fino a dieci anni fa la coltelleria aveva vissuto sotto la mano esperta e la parola gentile di Romano Bonini, andato in pensione a fine febbraio del 2007. Un artigiano di altri tempi, che ricostruì parlano con il Tirreno la storia della sua attività: «Ho cominciato questo mestiere con i calzoni corti: avevo 12 anni quando andai a fare il piccino di bottega da Osvaldo Carrara in via Elisa. Inizialmente facevo piccoli lavoretti di bottega e osservavo gli arrotini che lavoravano alla mola per apprendere il mestiere. Poi ho lavorato da Paolo Fontana in via Fillungo e nel 1965 mi misi in proprio aprendo il negozio in via Calderia. Negli anni ’60 e ’70 – racconta

Bonini – i barbieri mi portavano i rasoi da arrotare ed era un lavoro abbastanza difficile perchè le lame di acciaio non sono sempre uguali. I calzolai mi portavono i trincetti, poi venivano macellai, pizzicagnoli, i sarti con le forbici ta taglio e molti artigiani delle scarpe di Segromigno».

Quando chiuse, Bonini non immaginava che la sua attività sarebbe proseguita. Anzi, aprlando con il nostro giornale, spiegava che di giovani disposti a fare quel mestiere non se ne trovavano più. Fortunatamente, il signor Bonini si sbagliava. Dopo poche settimane, infatti, l’arrotino avrebbe rialzato la saracinesca come “Coltelleria Zoppi”: un’azienda giovane ma già ben conosciuta, con un punto vendita in piazza Cavour a Viareggio e uno a Camaiore. E con

un sito dove si può comperare ogni tipo di lama si desideri. Così l’attività ha potuto proseguire, anche se con un neo: la nuova insegna apposta sotto la vecchia stride un po’ con quella originale.Ma, soprattutto, ora sarebbe l’ora di riparare i danni di quello stupido lancio di bottiglia.

Come realizzare una Bambola Waldorf

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Claudia Porta
Come realizzare una
Bambola Waldorf
Cartamodello e istruzioni per bambola, maglia, pantaloni e pannolino 2 3 4
Le bambole Waldorf sono bambole di stoffa morbide e semplici, realizzate a mano in
materiali naturali. Imbottite di lana di pecora, queste bambole si scaldano tra le braccia del
bambino, dando l’impressione di una bambola “viva”.
I lineamenti sono appena accennati, il che permette al bambino di interpretarne
l’espressione in base alle proprie preferenze o ai propri stati d’animo.
Potrete trovare queste bambole nelle scuole steineriane, soprattutto in occasione dei
mercatini di Natale. I prezzi sono piuttosto elevati, ed il motivo è che realizzare una bambola
Waldorf richiede un lavoro lungo e minuzioso. I materiali sono inoltre di ottima qualità.
Se decidete di creare la vostra, armatevi di pazienza e non scoraggiatevi se non riuscite come
vorreste al primo tentativo. Non abbiate fretta, e soprattutto non abbiate paura di scucire,
disfare e ricominciare.
Probabilmente le prime bambole che realizzerete non saranno esattamente come speravate.
Non per questo i vostri bambini le apprezzeranno meno. Una bambola fatta a mano con
amore è sempre un regalo gradito. Spesso le prime bambole, le più rudimentali, restano le
preferite.
Le bambole Waldorf costano molto, che sia in termini di tempo o di denaro. Ma durano una
vita. Nelle famiglie di tradizione steineriana, queste bambole vengono spesso tramandate di
madre (o padre) in figlio.
Le bambole Waldorf sono adatte ai maschi come alle femmine. Qualcuno trova strano che
un bambino (maschio) giochi con le bambole.
Vorrei rassicurare chi la pensa in questo modo: i bambini, fino all’età di sei-sette anni,
imitano gli adulti che hanno intorno. Un bambino, maschio o femmina che sia, che passa la
maggior parte del tempo con la mamma, giocherà a passare l’aspirapolvere, a cucinare, a
stirare. A meno che non gli si dia una pistola giocattolo e lo si piazzi davanti alla TV per
permettergli di ispirarsi a modelli più “virili”.
Un bambino che vede la sua mamma accudire la sorellina (o il fratellino) giocherà a cambiare
la bambola. Mio figlio ha avuto la fortuna di vedere anche suo padre occuparsi tanto di lui
quanto di sua sorella, ed è proprio con lui che si identifica. Quando mette a letto il suo
bambolotto, questo gli risponde “buonanotte papà”, e non “buonanotte mamma”. Leonardo
sa di essere un maschio, ma sa anche che un uomo può occuparsi dei suoi figli senza per
questo essere meno uomo, anzi. Sono sicura che, un giorno, sarà un ottimo papà.
**********
Le fotografie riportate di seguito sono state scattate durante la realizzazione di bambole diverse, con
procedimenti a volte differenti. Ho voluto descrivere qui quello che ritengo il più semplice.
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Prima di concludere vorrei ringraziare Eliane, della scuola Waldorf di Ginevra, che mi ha
insegnato a realizzare queste meravigliose bambole.5
BAMBOLA
Occorrente:
Maglina di cotone color carne, Lana cardata, Filo color carne, Cordoncino o filo spesso,
1 Ago, 1 ago da lana con la punta, Spilli con la capocchia colorata.
Lana per i capelli (1 o 2 gomitoli, a seconda dello spessore).
Cotone mouliné da ricamo per occhi e bocca.
Oltre ai pezzi indicati nel modello, tagliare un pezzo di maglina (circa 20 x 20 cm) per la
seconda pelle della testa.
Con la lana cardata, filata leggermente a mano tirandola, fare un gomitolo, tondo e regolare,
abbastanza compatto, fino ad ottenere una pallina di 28cm di circonferenza (foto 1).
Sempre con la lana cardata, preparare delle fasce, che andranno posate a x intorno alla
pallina (foto 2 e 3).
Tracciare i contorni del cartamodello sul rovescio della stoffa. Tagliare e cucire, le varie parti,
rovescio contro rovescio. Attenzione: tutti i cartamodelli allegati (braccia, gambe, pantaloni,
pannolino) vanno ingranditi al 125%
Prendere il tessuto “corpo” (foto 5), allargare bene i bordi dal lato delle cuciture, e infilare la
testa fino in fondo. Ripartire uniformemente le bande posate a x. (foto 6) 6
Con la lana cardata, riempire il corpo e sipllare al fondo.
Il corpo, così come la testa, le braccia e le gambe, deve risultare ben compatto. Non duro,
ma neanche troppo morbido. Si ammorbidirà con il tempo, e rischierebbe di diventare
troppo molle se non abbastanza imbottito.
Legare un cordoncino intorno al collo. Se necessario, aiutarsi con degli spilli come nella foto.
Fare due volte il giro e annodare bene. Ripetere l’operazione 1 cm più in basso. 7
Fissare il cordoncino con piccoli punti (un punto appena sopra, un punto appena sotto il
cordoncino). Si tratta di piccoli punti effettuati quasi uno di fronte all’altro e che resteranno,
alla fine, praticamente invisibili. Li chiamerò, di seguito “punti invisibili”.
Ecco come apparirà il collo, una volta nascosti entrambi i cordoncini:
Misurare la lunghezza del corpo (1 volta e mezzo la testa) e cucire al fondo, a punto
invisibile. 8
Stringere un cordoncino intorno alla testa, all’altezza degli occhi (un po’ più in giù rispetto al
centro della testa). Fare due volte il giro e annodare.
Mettere un secondo cordoncino, passando sopra la testa e sotto il mento. Annodare e cucire
con un punto ad x all’altezza delle orecchie.
Aiutandosi con un ferro da maglia, abbassare il filo dietro la testa fino alla nuca. 9
Posizionare due spilli del colore desiderato all’altezza degli occhi. Nascondere il filo cucendo
come intorno al collo, a punti più piccoli (un punto appena sopra, un punto appena sotto il
filo, orizzontalmente). Lasciare circa 1 cm dagli spilli.
Nascondere allo stesso modo tutti gli altri cordoncini.
Appiattire il pezzo di stoffa che sporge in cima alla testa e cucirlo. Nascondere tutti i fili a
piccoli punti invisibili come sopra. 10
Ricoprire la testa con il tessuto. Tenderlo bene, tagliare quello in eccesso, appiattirlo.
Spillare, poi cucire grossolanamente (le cuciture verranno poi nascoste dai capelli).
Passare di nuovo i cordoncini intorno al collo, nascondere i fili con piccoli punti regolari
(sempre gli stessi: un punto appena sopra, un punto appena sotto il filo, orizzontalmente).
Tagliare il tessuto in eccesso lasciando un bordo di 1/2cm, ripiegarlo verso l’interno e cucire
a piccoli punti invisibili alla base del collo. 11
Con gli spilli, abbozzare l’attaccatura dei capelli .
Con la lana, cominciare ad abbozzare il centro dell’attaccatura (in cima alla testa) e la
direzione dei capelli, con grandi punti che vanno dal centro della testa ad ogni spillo
dell’attaccatura.
Prendere un pezzo di lana, infilarlo a piacere nella testa, lasciando fuoriuscire una porzione
di filo uguale alla lunghezza di capelli desiderata. Passare attraverso la testa e uscire più in là.
Fare un punto d’arresto, poi un secondo. In seguito, lasciar fuoriuscire l’altro capo del filo.
Con ogni filo farete due capelli e due punti d’arresto. Coprire in questo modo la totalità della
testa in modo regolare. (Ci vorrà molta pazienza, questa è la parte più lunga). Imbottire le braccia e le gambe. Aprire i bordi delle
cuciture (foto 6). Spingere bene la lana in fondo alla
mano/al piede, poi infilare la lana spingendo al
centro, per evitare la formazione di
Spillare e cucire. Cucire, passando da una parte
all’altra della mano, per delimitare il pollice
12
Imbottire le braccia e le gambe. Aprire i bordi delle
cuciture (foto 6). Spingere bene la lana in fondo alla
mano/al piede, poi infilare la lana spingendo al
centro, per evitare la formazione di “cellulite”.
Spillare e cucire. Cucire, passando da una parte
all’altra della mano, per delimitare il pollice . 13
Individuare il punto di attaccatura delle braccia e far passare un filo solido da una parte
all’altra, tracciando due grossi punti (come riferimento) nel punto stabilito per l’attaccatura.
Cucire le braccia grossolanamente, poi fare due volte il giro a piccoli punti invisibili.
Tracciare due punti per definire la posizione dell’attaccatura delle gambe, un po’ più in
avanti rispetto alla cucitura. 14
Con il filo da ricamo, ricamare gli occhi e la bocca.
OCCHI: infilare il cotone mouliné (3 fili). Fare un nodo al fondo. Infilare l’ago nel tessuto
prendendo anche la lana sottostante. Tirare leggermente perché il nodo resti all’interno.
Tracciare un rombo, poi delle linee (che possono sorpassare o meno il rombo) fino a coprire
tutta la superficie dell’occhio. Una volta finito il primo, far passare l’ago sotto il tessuto e
ricamare, allo stesso modo, il secondo occhio. Una volta finito anche il secondo, fare un
nodino e infilarlo nel tessuto, come all’inizio. Tagliare il filo che fuoriesce, tirando
leggermente, in modo che il filo tagliato rientri poi nel tessuto. 15
BOCCA:
Procedere come per gli occhi, tracciando tre o più linee parallele. 16 17
Tutti i cartamodelli sono da ingrandire al 125% 18
Corpo 19 20
PANTALONI:
Occorrente: Tessuto di cotone, elastico alto mezzo centimetro, filo, spilla da balia.
Disporre il modello sul tessuto piegato in due. Tracciarne il contorno e tagliare, lasciando 2
cm di margine per il girovita e per l’orlo. Assemblare le due parti. Ripiegare il tessuto in
eccedenza su se stesso(verso l’interno) per due volte all’altezza della vita e cucire a 1 cm dal
bordo, lasciando una piccola apertura per poter far passare circa 30 cm di elastico (verificare
il girovita della bambola) , con l’aiuto di una spilla da balia.
In base alle proprie preferenze, effettuare la stessa operazione per l’orlo (la lunghezza
dell’elastico sarà di 12 cm circa. Altrimenti, cucire l’orlo diritto.
Ho indicato due diverse lunghezze per i pantaloni, da scegliere secondo le proprie
preferenze. 21 22
PANNOLINO
Occorrente: Tessuto di cotone, ovatta per imbottire, velcro, filo.
Disporre il modello sul tessuto piegato in due. Tracciarne il contorno e tagliare due volte a
mezzo centimetro dal bordo. Fare lo stesso con l’ovatta. Disporre i due pezzi di cotone
diritto contro diritto. Inserire tra i due l’ovatta. Cucire tutto intorno, a mezzo centimetro dal
bordo. Lasciare un lato (preferibilmente quello posteriore, il più lungo) aperto per rovesciare
il pannolino. Ripiegare mezzo cm di bordo verso l’interno e cucire. Applicare il velcro come
indicato sul modello. 3
MAGLIA
Filato: Merinos otto
Ferri 4,5/5,5
Campione: 15 maglie x 22 giri
Davanti:
Con i ferri 4,5, montare 30 maglie. Lavorare a costa (2 punti diritti, 2 rovesci) per 5 giri.
Continuare con i ferri 5,5 a maglia rasata per 25 giri. Al ferro successivo, lavorare 5 maglie e
mettere le restanti in sospeso. Continuare le prime 5 maglie per altri 9 giri, poi chiudere.
Riprendere le ultime 5 maglie, lavorarle per 10 giri e chiudere. Le 20 maglie centrali restano
in sospeso. Raccogliere tutti i punti intorno alla scollatura (compresi quelli lasciati in
sospeso) e lavorarli a costa (2 punti diritti, 2 rovesci) per 5 giri, poi chiudere.
Dietro:
Con i ferri 4,5, montare 30 maglie. Lavorare a costa (2 punti diritti, 2 rovesci) per 5 giri.
Continuare con i ferri 5,5 a maglia rasata per 30 giri. Al ferro successivo, lavorare 5 maglie e
mettere le restanti in sospeso. Continuare le prime 5 maglie per altri 5 giri, poi chiudere.
Riprendere le ultime 5 maglie, lavorarle per 5 giri e chiudere. Le 20 maglie centrali restano in
sospeso. Raccogliere tutti i punti intorno alla scollatura (compresi quelli lasciati in sospeso) e
lavorarli a costa (2 punti diritti, 2 rovesci) per 5 giri, poi chiudere.
Maniche:
Con i ferri 4,5 montare 26 maglie. Lavorare i primi 5 giri a costa (2 punti diritti, 2 rovesci).
Con i ferri 5,5, continuare a maglia rasata per 22 giri. Aumentare una maglia per parte (la
seconda e la penultima) ogni 5 giri. Chiudere.
Assemblare tutte le parti della maglia.

Dodici testimoni della storia di Lucca

I putti liberty della Farmacia Centrale opera dello scultore Pinzauti ornano la vetrina di piazza San Michele

di Luca Cinotti

 

 

di LUCA CINOTTI

Sotto i loro occhi sono passati 95 anni di storia lucchese. Visi, voci, racconti che hanno avuto come immobili spettatori le dodici figure di ceramica che costellano le vetrine dei negozi all’angolo fra via Beccheria e piazza San Michele, con un affaccio anche su vicolo dello Stellino. Opere d’arte incastonate in un disegno complessivo dell’intero isolato, realizzato nel 1922 su progetto di Gian Lelio Menesini, mentre le sculture dei putti sono opera di Umberto Pinzauti, artista molto attivo in epoca fascista: nella nostra città è autore anche di alcuni monumenti funebri nel cimitero di Sant’Anna.

Fino al secondo Dopoguerra ben tre vetrine (le stesse che oggi ospitano la farmacia Centrale) erano occupate dal caffè pasticceria Casali, prima del suo trasferimento sull’angolo opposto. Oggi, oltre alla farmacia, ci sono i negozi di abbigliamento Principe Sugarò. Le insegne originarie sono andate perse, con l’eccezione di quella coperta dal pannello di Sugarò. E certo i putti non se la passano bene: diversi sono scheggiati o crepati e, per di più, a loro sono appoggiate le scatole di derivazione dell’elettricità che alimenta le insegne luminose. Questo nonostante il loro inserimento, da parte del Comune, nella lista delle insegne e delle vetrine da tutelare perché di valore storico.

Il progetto. Luccainsegne è un progetto nato in collaborazione tra la community @igerslucca, con i local managers Andrea Dovichi e Luca Stiantos Silva e la redazione lucchese de @ilTirreno. L’idea è di fare una cavalcata a ritroso nel tempo con l’obiettivo di accompagnare i lettori nella riscoperta delle insegne storiche dei negozi cittadini. Il percorso durerà per tutto il 2017: settimanalmente

racconteremo sul quotidiano, sul sito del Tirreno Lucca e sull’account @igersLucca, storia ed estetica di quelle insegne.Tutto, ovviamente, partendo da una fotografia: l’hashtag di riferimento è #luccainsegne! Per vedere tutti gli articoli pubblicati visitare http://bit.ly/luccainsegne

Le tre vetrine rosse nel tempio del commercio

Ghisa incorniciata di pietra al piano terreno di palazzo Sani. Per anni ci sono stati elettronica e fiori, oggi i negozi della famiglia Lanza

di LUCA CINOTTI

 

 

LUCA CINOTTI. Ci sono luoghi che sono più legati di altri al mondo del commercio. Anche in un centro storico come quello di Lucca, dove vita e negozi sono intrecciati a doppio filo. È il caso di palazzo Sani, al centro di via Fillungo, dove ha la sua sede storica la Confcommercio. Ma non solo: questo palazzo è stato, ed è, crocevia di persone, attività, interessi. Il tutto incorniciato dall’inconfondibile vetrina rosso vinaccia che incornicia i negozi che si trovano al piano terreno del complesso. Linee essenziali, quasi esili a confronto con le grandi “cornici” in pietra che le abbracciano e che accolgono il cliente. Opere di inizio Novecento, realizzate in ghisa, che si sono perfettamente conservate in oltre un secolo di vita, anche grazie alla manutenzione continua da parte di proprietari e gestori dei fondi.

Oggi ci sono due attività, entrambe riferibili alla famiglia Lanza.Guardando la facciata del palazzo, a sinistra del grande portone di accesso troviamo lo storico “Il Panda”, che ormai da 36 anni vende scarpe a lucchesi e visitatori. Dall’altra parte del portone che dà accesso al magnifico porticato con giardino, c’è invece il negozio “Premium”, che affianca alle calzature l’abbigliamento e che occupa due fondi storici, una volta divisi e ora uniti. Il primo è quello della ditta Neri, che per decenni è stata punto di riferimento dell’elettronica ma anche dei lampadari artistici che si trovano nelle case di tanti lucchesi. L’altro, invece, ha ospitato a lungo il fioraio Bianchini. Agli inizi degli anni 2000 i due fondi erano stati riuniti nel Caffè De Flore, che poi venne distrutto da un incendio nel 2009. Poi il subentro della famiglia Lanza con il suo negozio, realizzato con una strizzata di occhi agli arredamenti vintage degli anni Cinquanta e impreziosito dai pavimenti del Tessieri.

Il progetto. Luccainsegne è un progetto nato in collaborazione tra la community @igerslucca, con i local manages Andrea Dovichi e Luca Stiantos Silva e la redazione lucchese de @ilTirreno. L’idea è di fare una cavalcata a ritroso nel tempo con l’obiettivo di accompagnare i lettori nella riscoperta delle insegne storiche dei negozi cittadini che sono pregio e vanto del centro storico lucchese che, tra tante altre cose da ammirare, balza subito agli occhi dei turisti, anche di quelli meno attenti. Esistono infatti poche altre realtà (forse nessuna) in cui alcuni negozi attualmente aperti sono sormontati da insegne che rimandano altrove, a un’altra epoca del commercio, ad altri nomi, ad altre storie. In un periodo in cui il tessuto commerciale della nostra città sta cambiando pelle, ci è sembrato importante ripartire da questi frammenti della Lucca passata. Il percorso durerà per tutto il 2017: settimanalmente racconteremo sul quotidiano,

sul sito del Tirreno Lucca e sull’account @igersLucca, storia ed estetica di quelle insegne.Tutto, ovviamente, partendo da una fotografia: l’hashtag di riferimento è #luccainsegne! Per vedere tutti gli articoli pubblicati visitare http://bit.ly/luccainsegne

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La focaccia del Giusti e il profumo della città

Lo storico forno di via Santa Lucia tappa obbligata per i lucchesi. All’inizio del Novecento serviva i seminari ed era della Chiesa

di Luca Cinotti

 

 

LUCCA. A Lucca nominare la “focaccia del Giusti” è come per un appassionato di calcio citare una punizione di Maradona: l’autore, di un gesto atletico o di una schiacciata poco importa, che solo con il suo nome descrive completamente la sua creatura. Almeno per chi ha avuto la fortuna di aprire almeno una volta la porta della grande vetrina liberty e mettersi in fila (perché la fila non manca mai) davanti al bancone, dove fanno bella figura decine di tipi di focaccia e altrettanti di pane.

Una tappa nel “forno a vapore” di via Santa Lucia è stata tappa obbligata per generazioni di lucchesi, sia che si tratti di studenti che si sono presi una “vacanza” (più o meno lecita) dalle lezioni, sia che si tratti dei nonni trascinati quasi di forza dai nipotini. La storia del Giusti sta ben piantata nel tessuto più profondo della città.

Come testimoniato dal Volto Santo di cartapesta che sembra quasi “vegliare” sul locale, sui chi vi lavora e sui clienti. D’altra parte, lo stabile apparteneva alla chiesa quando, nel 1900 Amedeo Giusti rilevò l’attività di forno al suo interno che serviva i seminari della città.

Giusti trasformò il negozio, rendendolo un punto fisso e irrinunciabile dei lucchesi di inzio Novecento. Puntando, come avviene ancora oggi a oltre un secolo di distanza, sul forno a vapore.

Come scritto a chiare lettere dorate sulla bellissima insegna che richiama tutti gli “stilemi” del liberty, dalle decorazioni floreali ai caratteri delle lettere. E poi quel colore rosso scuro, così caratteristico, che sembra quasi richiamare da lontano il cliente per come “stacca” dal colore di fondo della strada a due passi da piazza San Michele e da via Fillungo

La famiglia Giusti portò avanti il suo lavoro di panificazione fino al 1975, quando il forno venne rilevato da Marino Dianda e Giuliano Rugani: entrambi erano stati dipendenti del negozio così come Luca Nardi, entrato nella società nel 1999 dopo aver lavorato dietro al banco di via Santa Lucia dal 1991.

Ecco, forse proprio il fatto che i proprietari sono i primi a stare in “prima linea” è uno dei segreti di questa attività che non conosce crisi, come testimoniano le file che a volte cominciano già fuori dalla porta.

Anche se – ovviamente – i cambiamenti si sono imposti anche in questo settore. Il centro, infatti, è andato svuotandosi dai residenti e così un certo tipo di clientela “abituale” è venuta meno.

In compenso c’è una platea più “fluida” e con gusti meno prevedibili: per questo il forno lavora su decine di impasti diversi, sia per il pane che per le focacce. Cambiano i tempi, cambiano

le dinamiche dei sapori, cambiano i clienti. Ma una cosa rimane identica: il profumo della focaccia appena sfornata. Quello che ancora oggi, come accade ormai da più di un secolo, attira lucchesi e visitatori davanti a quella porta con gli infissi rossi.

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Carli, il negozio piu antico fra ori e misteri.

Lucca: la bottega del Fillungo risale al XVII secolo e ha calamitato poeti, letterati e registi.

di Luca Cinotti

 

LUCCA. Gina Lollobrigida attraversa il Fillungo, dà a malapena un’occhiata agli espositori di vetro e legno ed entra nell’antico negozio, fra espositori pieni di anelli e le scarpe che ticchettano sul pavimento a scacchiera. È una delle scene iniziali de “La provinciale”, il film che nel 1953 Mario Soldati trasse dall’omonima opera di Alberto Moravia. Lucca fu il set di quel lungometraggio – presentato anche in concorso al Festival di Cannes – e la scena che abbiamo raccontato fu ripresa all’interno dell’oreficeria Carli. Difficile potesse essere altrimenti: questa è la più antica gioielleria di Lucca, se non il negozio con più storia in assoluto e ancora in attività. E di certo è un crocevia di storie, di personaggi e anche di segreti e misteri. Lo diceva anche il grande giornalista Arrigo Benedetti: «Prima di parlare della storia dei Carli, bisognerebbe fare una storia sulle stranezze dei Carli».

Più che una famiglia, una dinastia. Che ha lavorato con grande passione coniugata ad altrettanto riservatezza. E prendendo anche posizioni controcorrente, come quando si rifiutarono di smantellare le storiche vetrine esterne in occasione della visita a Lucca di Benito Mussolini del 1939.

I Carli erano orafi già alla metà del diciassettesimo secolo. Di Carlo Carli si diceva avesse imparato il mestiere a Bruxelles e poi l’avesse portato nel suo laboratorio-retrobottega di via Pantera (il vecchio nome di via Fillungo). La svolta arrivò intorno al 1655. Quando Carli ebbe (per interposta persona, visto che per la Repubblica di Lucca era uno straniero provenendo da Borgo a Mozzano), la commissione per realizzare la corona del Volto Santo, il simbolo della città. Il compenso ricevuto fu utilizzato dall’orafo per allargare il suo laboratorio, comprando i locali che affacciavano direttamente sul corso principale. Per l’avvio della vera e propria vendita al dettaglio, però, dovettero passare quasi altri due secoli.

Nel frattempo la famiglia Carli continuava a ricevere commesse importanti, soprattutto dalla chiesa: ne è un esempio la croce di San Pietro Somaldi. La seconda svolta arriva nel 1831. Luigi Carli, allora giovanissimo, scelse la via commerciale utilizzando anche merce prefabbricata, facendo andare su tutte le furie il pade. Alla fine tenne duro e aprì (il 13 settembre, vigilia di Santa Croce) il negozio in Fillungo e diede incarico a un falegname locale (tale Unti) di realizzare le bellissime vetrine estrerne che ammiriamo ancora oggi e che ogni giorno vengono posizionate alla mattina e ritirate alla sera. Vetrine che furono da esempio anche per le rinomate botteghe orafe di Ponte Vecchio a Firenze. Quando dopo la piena dell’Arno del 1868 ci fu necessità di recuperare i negozi distrutti dall’acqua, infatti, si scelse di farlo proprio sulla falsariga della bottega di via Fillungo.

Anche a Lucca questo tipo di struttura fece da battistrada. E le cronache segnalano che fino al Novecento c’erano altri cinque negozi simili in poche centinaia di metri. Tutti furono smantellati in occasione dell’arrivo di Mussolini, quando il podestà ritenne che andava “svecchiata” l’immagine delle vie del centro, prediligendo linee e impianti più moderni e aderenti al razionalismo fascista. Giuseppe Carli, allora titolare dell’attività, ingaggiò un braccio di ferro con il Comune e alla fine l’ebbe vinta. Fu così che le vetrine si salvarono e poterono giungere fino ai giorni nostri per custodire il gusto del bello della gioielleria, specializzata – fra l’altro – in monili d’epoca, a partire dagli splendidi camei e dalle lavorazioni in corallo. Lo spettacolo, poi, continua all’interno: con i particolari espositori a forma di cono rovesciato e – per chi ha la fortuna di poterla vedere – la cassaforte, anzi il caveau. Che ha anche questo una storia particolare: come fu scoperto in Germania negli anni Ottanta, venne installato da un tedesco quasi in contemporanea con quello della Dresdner Bank, andato poi distrutto durante i bombardamenti alleati della Seconda guerra mondiale. Quello di via Fillungo, invece, sopravvisse e continuò a fare egregiamente la propria funzione fino al 1968, quando venne trasferito in un nuovo caveau. Sempre nelle parte posteriore del negozio c’è un’altra chicca: in un angolo, murata dentro la parete, c’è un’enorme pietra che serviva per sgretolare l’oro che arrivava, ancora attaccato al sasso, dalle miniere situate probabilmente in Garfagnana.

Nel corso dei secoli la gioielleria ha incrociato i percorsi di innumerevoli personaggi. Furono clienti della famiglia Carli Giuseppe Mazzini, Giosuè Carducci e Giacomo Puccini. Particolare il legame con Giovanni Pascoli, che proprio qui portò a fondere i premi ricevuti al “Certamen poeticum Hoeufftianum” di Amsterdam, ricavando così i soldi per acquistare la villa di Castelvecchio. Capitolo a parte merita il rapporto della bottega con il cinema e la letteratura. Lo scrittore inglese Charles Morgan ambientò un capitolo del suo romanzo “Nel bosco d’amore” (1954) nel laboratorio del Carli. Soldati, come già ricordato, lo utilizzò come set per una scena de “La Provinciale” con la bellissima Lollobrigida, mentre Luchino Visconti utilizzò i gioielli e gli argenti per girare “L’innocente”, il suo ultimo film tratto dall’opera di D’Annunzio nel 1976. In tempi più

recenti il negozio è stato ripreso anche da Jane Campion in “Ritratto di signora”. Ma la storia dell’attività oggi portata avanti da Pietro Carli con la moglie e i figli ha ancora tanti capitoli da scrivere. E tanti misteri da raccontare per chi ha voglia di ascoltare.

Il caffè della borghesia arrivato dalla Svizzera

Giorgio Juon prima aprì il suo locale a Lucca in via San Paolino, poi si trasferì nella più centrale via Nazionaledi Luca Cinotti

LUCCA. Dici “Svizzera” e ti viene subito da pensare a cioccolato, orologi, grandi montagne. Con un po’ più di malizia, ai segreti custoditi nelle banche. Eppure il piccolo paese confederato ha una tradizione anche nel caffè come, del resto, nella pasticceria. A partire dalll’Ottocento furono molti i “Caffè svizzeri” che aprirono nelle città d’Italia, fondati da giovani intraprendenti che abbandonavano le belle ma poco popolate vallate alpine per cercare fortuna e soddisfazione economica fra la borghesia nascente delle città italiane. E Lucca non fa eccezione.

Il Caffè svizzero protagonista della nostra storia di oggi (anzi,primo protagonista come vedremo fra poco) nacque proprio in questo clima in via San Paolino, all’altezza di piazza dei Cocomeri nella prima metà del XIX secolo. A due passi dal centro della vita sociale, sull’asse piazza San Michele – via Nazionale (il vecchio nome di via Vittorio Veneto) – piazza Napoleone, fu aperto da Giorgio Juon, che arrivava dal cantone dei Grigioni.

Juon aveva fatto la gavetta. Era stato garzone in un altro dei caffè che all’epoca andavano per la maggiore, quello del Torcigliani a fianco della chiesa di San Michele, nella zona del “Decanato”. Aveva poi deciso di mettersi in proprio nel fondo di via San Paolino, impreziosendolo con la scritta “Caffè svizzero” che ancora oggi campeggia incisa nella pietra dell’insegna.

Ma il locale affacciato sulla piazzetta dei cocomeri fu solo il trampolino di lancio per Juon. Che mirava alto. E allora non si fece scappare l’occasione di fare un salto di qualità. A pochi passi dal suo esercizio, al piano terra del palazzo Bertolli davanti alla loggia di palazzo Pretorio (dove oggi ci sono i cartelloni del Summer Festival), da tempo c’era un caffè ormai decaduto. Per tutta la seconda metà del Settecento, e fino ai primi anni dell’Ottocento, il “Caffè della loggia” sotto la guida di Pellegrino e Tommaso Mallegni, era stato uno dei punti di ritrovo più importanti della città. Poi un passaggio di mano aveva portato al cambio di denominazione (Caffè della Grotta) e, soprattutto, a un declino che pareva inarrestabile. Almeno fino a quando Giorgio Juon – intorno al 1840 – non mise testa, passione e soldi nel suo acquisto, riportandolo agli antichi splendori.

Da qui parte un’altra storia, che va oltre i confini di Lucca e del commercio, entrando a buon diritto nella temperie culturale di inizio Novecento, prima che la Grande Guerra arrivase a spazzare via sogni e belle époque. Il figlio di Giorgio, Andrea, proseguì infatti la tradizione imprenditoriale del padre. Prima nel caffè di via Nazionale, rimettendolo a nuovo nel 1875 e riportandolo agli antichi fasti. Poi l’avventura fiorentina: andò a gestire il caffè Reininghaus a Firenze in piazza della Repubblica. Un nome che arrivava dai fratelli Reininghaus, che avevano aperto questa birreria. Juon pensava che fosse “ostico” per i fiorentini. E allora, ispirandosi agli smoking fiammeggianti dei carabinieri, lo cambio in “Giubbe Rosse”, battezzando così quello che sarebbe diventato sinonimo del caffè letterario in tutta Italia.

Altri tempi, ovviamente. Perché ormai i bar storici, a Lucca, sono pochissimi. E non mancano quelli “caduti” negli ultimi tempi. Oggi, ad esempio, è previsto che chiuda la Stella Polare in via Vittorio Veneto. Del Di Simo, invece, non ci sono

notizie nonostante i lavori della scorsa estate.

Nei vani dell’ex Caffè svizzero è rimasto comunque un esercizio di qualità: la gelateria “De’ Coltelli”, una delle migliori non soltanto a Lucca che proprio oggi riaprirà dopo la pausa invernale.

 

Tratto da “Il Tirreno”

Il maestro calzolaio nella piazzetta nascosta

Per #Luccainsegne la vetrina in legno e ferro battutto del “Del Guerra” in Sant’Andrea Ora, a dare vita alla zona, il suo posto è stato preso da una vineria.

di LUCA CINOTTI

LUCA CINOTTI. Ci sono angoli di Lucca che sono sembrano stare lì a giocare a nascondino, attendendo di essere scoperti. Vicoli, corti, piazzette che si trovano a due passi dalle strade e dai monumenti principali ma che non stanno nelle guide turistiche. Piuttosto, hanno un posto nella memoria e nella storia dei lucchesi, spesso per gli esetcizi commerciali che ospitavano – od ospitano ancora.

È il caso della nostra tappa di oggi nel viaggio di #luccainsegne, in piazza Sant’Andrea. A un tiro di schioppo da via Fillungo e dalla Torre Guinigi si trova il negozio dove generazioni di lucchesi hanno portato a risuolare e a riparare le loro scarpe, quello del calzolaio “Del Guerra”. Quasi la quintessenza della bottega artigianale (tutelata, non a caso, in questa categoria dal regolamento edilizio del Comune di Lucca). L’odore di cuoio e i colpi secchi di Enzo Del Guerra accoglievano il cliente già prima di superare la soglia. Che risalta, a sua volta, per l’eleganza della scritta supra la porta, divisa in due rettangoli. E per la decorazione in ferro battuto al di sopra. Non siamo, in questo caso, davanti alle vetrine e alle insegne più “spettacolari”, quelle delle grandi parole dorate o dei bassorilievi in marmo. Eppure, proprio il fondo di Del Guerra dimostra come la cura e l’attenzione al decoro degli esercenti lucchesi sia arrivata a contagiare anche una “normale” bottega artigiana.

Il calzolaio non c’è più da anni. Prima, all’inizio del nuovo millennio, il suo posto venne preso da un negozio di saponi, una delle mode commerciali di quegli anni. Poi, nel 2010, il fondo venne riconvertito a vineria o – come si preferisce dire oggi con un anglismo – a “wine bar”. Un esercizio pubblico che ha contribuito a ridare vita alla piazzetta, dove si trova anche la chiesa (utilizzata oggi soprattutto dalla Comunità di Sant’Egidio per le proprie attività) e, da qualche mese, la sede della storica casa editrice Maria Pacini Fazzi.

Il progetto. #Luccainsegne è un progetto nato in collaborazione tra la community @igerslucca e la redazione lucchese de @ilTirreno. L’idea è di fare una cavalcata a ritroso nel tempo con l’obiettivo di accompagnare i lettori nella riscoperta delle insegne storiche dei negozi cittadini che sono pregio e vanto del centro storico lucchese che, tra tante altre cose da ammirare, balza subito agli occhi dei turisti, anche di quelli meno attenti. Esistono infatti poche altre realtà (forse nessuna) in cui alcuni negozi attualmente aperti sono sormontati da insegne che rimandano altrove, a un’altra epoca del commercio, ad altri nomi, ad altre storie. In un periodo in cui il tessuto commerciale della nostra città sta cambiando pelle, ci è sembrato importante ripartire da questi frammenti della Lucca passata. Il percorso iniziato il primo mercoledì di gennaio durerà per tutto il 2017: settimanalmente

racconteremo sul quotidiano, sul sito del Tirreno Lucca e sull’account @igersLucca, storia ed estetica di quelle insegne.Tutto, ovviamente, partendo da una fotografia: l’hashtag di riferimento è #luccainsegne! Per vedere tutti gli articoli pubblicati visitare http://bit.ly/luccainsegne