Carli, il negozio piu antico fra ori e misteri.

Lucca: la bottega del Fillungo risale al XVII secolo e ha calamitato poeti, letterati e registi.

di Luca Cinotti

 

LUCCA. Gina Lollobrigida attraversa il Fillungo, dà a malapena un’occhiata agli espositori di vetro e legno ed entra nell’antico negozio, fra espositori pieni di anelli e le scarpe che ticchettano sul pavimento a scacchiera. È una delle scene iniziali de “La provinciale”, il film che nel 1953 Mario Soldati trasse dall’omonima opera di Alberto Moravia. Lucca fu il set di quel lungometraggio – presentato anche in concorso al Festival di Cannes – e la scena che abbiamo raccontato fu ripresa all’interno dell’oreficeria Carli. Difficile potesse essere altrimenti: questa è la più antica gioielleria di Lucca, se non il negozio con più storia in assoluto e ancora in attività. E di certo è un crocevia di storie, di personaggi e anche di segreti e misteri. Lo diceva anche il grande giornalista Arrigo Benedetti: «Prima di parlare della storia dei Carli, bisognerebbe fare una storia sulle stranezze dei Carli».

Più che una famiglia, una dinastia. Che ha lavorato con grande passione coniugata ad altrettanto riservatezza. E prendendo anche posizioni controcorrente, come quando si rifiutarono di smantellare le storiche vetrine esterne in occasione della visita a Lucca di Benito Mussolini del 1939.

I Carli erano orafi già alla metà del diciassettesimo secolo. Di Carlo Carli si diceva avesse imparato il mestiere a Bruxelles e poi l’avesse portato nel suo laboratorio-retrobottega di via Pantera (il vecchio nome di via Fillungo). La svolta arrivò intorno al 1655. Quando Carli ebbe (per interposta persona, visto che per la Repubblica di Lucca era uno straniero provenendo da Borgo a Mozzano), la commissione per realizzare la corona del Volto Santo, il simbolo della città. Il compenso ricevuto fu utilizzato dall’orafo per allargare il suo laboratorio, comprando i locali che affacciavano direttamente sul corso principale. Per l’avvio della vera e propria vendita al dettaglio, però, dovettero passare quasi altri due secoli.

Nel frattempo la famiglia Carli continuava a ricevere commesse importanti, soprattutto dalla chiesa: ne è un esempio la croce di San Pietro Somaldi. La seconda svolta arriva nel 1831. Luigi Carli, allora giovanissimo, scelse la via commerciale utilizzando anche merce prefabbricata, facendo andare su tutte le furie il pade. Alla fine tenne duro e aprì (il 13 settembre, vigilia di Santa Croce) il negozio in Fillungo e diede incarico a un falegname locale (tale Unti) di realizzare le bellissime vetrine estrerne che ammiriamo ancora oggi e che ogni giorno vengono posizionate alla mattina e ritirate alla sera. Vetrine che furono da esempio anche per le rinomate botteghe orafe di Ponte Vecchio a Firenze. Quando dopo la piena dell’Arno del 1868 ci fu necessità di recuperare i negozi distrutti dall’acqua, infatti, si scelse di farlo proprio sulla falsariga della bottega di via Fillungo.

Anche a Lucca questo tipo di struttura fece da battistrada. E le cronache segnalano che fino al Novecento c’erano altri cinque negozi simili in poche centinaia di metri. Tutti furono smantellati in occasione dell’arrivo di Mussolini, quando il podestà ritenne che andava “svecchiata” l’immagine delle vie del centro, prediligendo linee e impianti più moderni e aderenti al razionalismo fascista. Giuseppe Carli, allora titolare dell’attività, ingaggiò un braccio di ferro con il Comune e alla fine l’ebbe vinta. Fu così che le vetrine si salvarono e poterono giungere fino ai giorni nostri per custodire il gusto del bello della gioielleria, specializzata – fra l’altro – in monili d’epoca, a partire dagli splendidi camei e dalle lavorazioni in corallo. Lo spettacolo, poi, continua all’interno: con i particolari espositori a forma di cono rovesciato e – per chi ha la fortuna di poterla vedere – la cassaforte, anzi il caveau. Che ha anche questo una storia particolare: come fu scoperto in Germania negli anni Ottanta, venne installato da un tedesco quasi in contemporanea con quello della Dresdner Bank, andato poi distrutto durante i bombardamenti alleati della Seconda guerra mondiale. Quello di via Fillungo, invece, sopravvisse e continuò a fare egregiamente la propria funzione fino al 1968, quando venne trasferito in un nuovo caveau. Sempre nelle parte posteriore del negozio c’è un’altra chicca: in un angolo, murata dentro la parete, c’è un’enorme pietra che serviva per sgretolare l’oro che arrivava, ancora attaccato al sasso, dalle miniere situate probabilmente in Garfagnana.

Nel corso dei secoli la gioielleria ha incrociato i percorsi di innumerevoli personaggi. Furono clienti della famiglia Carli Giuseppe Mazzini, Giosuè Carducci e Giacomo Puccini. Particolare il legame con Giovanni Pascoli, che proprio qui portò a fondere i premi ricevuti al “Certamen poeticum Hoeufftianum” di Amsterdam, ricavando così i soldi per acquistare la villa di Castelvecchio. Capitolo a parte merita il rapporto della bottega con il cinema e la letteratura. Lo scrittore inglese Charles Morgan ambientò un capitolo del suo romanzo “Nel bosco d’amore” (1954) nel laboratorio del Carli. Soldati, come già ricordato, lo utilizzò come set per una scena de “La Provinciale” con la bellissima Lollobrigida, mentre Luchino Visconti utilizzò i gioielli e gli argenti per girare “L’innocente”, il suo ultimo film tratto dall’opera di D’Annunzio nel 1976. In tempi più

recenti il negozio è stato ripreso anche da Jane Campion in “Ritratto di signora”. Ma la storia dell’attività oggi portata avanti da Pietro Carli con la moglie e i figli ha ancora tanti capitoli da scrivere. E tanti misteri da raccontare per chi ha voglia di ascoltare.

Il caffè della borghesia arrivato dalla Svizzera

Giorgio Juon prima aprì il suo locale a Lucca in via San Paolino, poi si trasferì nella più centrale via Nazionaledi Luca Cinotti

LUCCA. Dici “Svizzera” e ti viene subito da pensare a cioccolato, orologi, grandi montagne. Con un po’ più di malizia, ai segreti custoditi nelle banche. Eppure il piccolo paese confederato ha una tradizione anche nel caffè come, del resto, nella pasticceria. A partire dalll’Ottocento furono molti i “Caffè svizzeri” che aprirono nelle città d’Italia, fondati da giovani intraprendenti che abbandonavano le belle ma poco popolate vallate alpine per cercare fortuna e soddisfazione economica fra la borghesia nascente delle città italiane. E Lucca non fa eccezione.

Il Caffè svizzero protagonista della nostra storia di oggi (anzi,primo protagonista come vedremo fra poco) nacque proprio in questo clima in via San Paolino, all’altezza di piazza dei Cocomeri nella prima metà del XIX secolo. A due passi dal centro della vita sociale, sull’asse piazza San Michele – via Nazionale (il vecchio nome di via Vittorio Veneto) – piazza Napoleone, fu aperto da Giorgio Juon, che arrivava dal cantone dei Grigioni.

Juon aveva fatto la gavetta. Era stato garzone in un altro dei caffè che all’epoca andavano per la maggiore, quello del Torcigliani a fianco della chiesa di San Michele, nella zona del “Decanato”. Aveva poi deciso di mettersi in proprio nel fondo di via San Paolino, impreziosendolo con la scritta “Caffè svizzero” che ancora oggi campeggia incisa nella pietra dell’insegna.

Ma il locale affacciato sulla piazzetta dei cocomeri fu solo il trampolino di lancio per Juon. Che mirava alto. E allora non si fece scappare l’occasione di fare un salto di qualità. A pochi passi dal suo esercizio, al piano terra del palazzo Bertolli davanti alla loggia di palazzo Pretorio (dove oggi ci sono i cartelloni del Summer Festival), da tempo c’era un caffè ormai decaduto. Per tutta la seconda metà del Settecento, e fino ai primi anni dell’Ottocento, il “Caffè della loggia” sotto la guida di Pellegrino e Tommaso Mallegni, era stato uno dei punti di ritrovo più importanti della città. Poi un passaggio di mano aveva portato al cambio di denominazione (Caffè della Grotta) e, soprattutto, a un declino che pareva inarrestabile. Almeno fino a quando Giorgio Juon – intorno al 1840 – non mise testa, passione e soldi nel suo acquisto, riportandolo agli antichi splendori.

Da qui parte un’altra storia, che va oltre i confini di Lucca e del commercio, entrando a buon diritto nella temperie culturale di inizio Novecento, prima che la Grande Guerra arrivase a spazzare via sogni e belle époque. Il figlio di Giorgio, Andrea, proseguì infatti la tradizione imprenditoriale del padre. Prima nel caffè di via Nazionale, rimettendolo a nuovo nel 1875 e riportandolo agli antichi fasti. Poi l’avventura fiorentina: andò a gestire il caffè Reininghaus a Firenze in piazza della Repubblica. Un nome che arrivava dai fratelli Reininghaus, che avevano aperto questa birreria. Juon pensava che fosse “ostico” per i fiorentini. E allora, ispirandosi agli smoking fiammeggianti dei carabinieri, lo cambio in “Giubbe Rosse”, battezzando così quello che sarebbe diventato sinonimo del caffè letterario in tutta Italia.

Altri tempi, ovviamente. Perché ormai i bar storici, a Lucca, sono pochissimi. E non mancano quelli “caduti” negli ultimi tempi. Oggi, ad esempio, è previsto che chiuda la Stella Polare in via Vittorio Veneto. Del Di Simo, invece, non ci sono

notizie nonostante i lavori della scorsa estate.

Nei vani dell’ex Caffè svizzero è rimasto comunque un esercizio di qualità: la gelateria “De’ Coltelli”, una delle migliori non soltanto a Lucca che proprio oggi riaprirà dopo la pausa invernale.

 

Tratto da “Il Tirreno”

Il maestro calzolaio nella piazzetta nascosta

Per #Luccainsegne la vetrina in legno e ferro battutto del “Del Guerra” in Sant’Andrea Ora, a dare vita alla zona, il suo posto è stato preso da una vineria.

di LUCA CINOTTI

LUCA CINOTTI. Ci sono angoli di Lucca che sono sembrano stare lì a giocare a nascondino, attendendo di essere scoperti. Vicoli, corti, piazzette che si trovano a due passi dalle strade e dai monumenti principali ma che non stanno nelle guide turistiche. Piuttosto, hanno un posto nella memoria e nella storia dei lucchesi, spesso per gli esetcizi commerciali che ospitavano – od ospitano ancora.

È il caso della nostra tappa di oggi nel viaggio di #luccainsegne, in piazza Sant’Andrea. A un tiro di schioppo da via Fillungo e dalla Torre Guinigi si trova il negozio dove generazioni di lucchesi hanno portato a risuolare e a riparare le loro scarpe, quello del calzolaio “Del Guerra”. Quasi la quintessenza della bottega artigianale (tutelata, non a caso, in questa categoria dal regolamento edilizio del Comune di Lucca). L’odore di cuoio e i colpi secchi di Enzo Del Guerra accoglievano il cliente già prima di superare la soglia. Che risalta, a sua volta, per l’eleganza della scritta supra la porta, divisa in due rettangoli. E per la decorazione in ferro battuto al di sopra. Non siamo, in questo caso, davanti alle vetrine e alle insegne più “spettacolari”, quelle delle grandi parole dorate o dei bassorilievi in marmo. Eppure, proprio il fondo di Del Guerra dimostra come la cura e l’attenzione al decoro degli esercenti lucchesi sia arrivata a contagiare anche una “normale” bottega artigiana.

Il calzolaio non c’è più da anni. Prima, all’inizio del nuovo millennio, il suo posto venne preso da un negozio di saponi, una delle mode commerciali di quegli anni. Poi, nel 2010, il fondo venne riconvertito a vineria o – come si preferisce dire oggi con un anglismo – a “wine bar”. Un esercizio pubblico che ha contribuito a ridare vita alla piazzetta, dove si trova anche la chiesa (utilizzata oggi soprattutto dalla Comunità di Sant’Egidio per le proprie attività) e, da qualche mese, la sede della storica casa editrice Maria Pacini Fazzi.

Il progetto. #Luccainsegne è un progetto nato in collaborazione tra la community @igerslucca e la redazione lucchese de @ilTirreno. L’idea è di fare una cavalcata a ritroso nel tempo con l’obiettivo di accompagnare i lettori nella riscoperta delle insegne storiche dei negozi cittadini che sono pregio e vanto del centro storico lucchese che, tra tante altre cose da ammirare, balza subito agli occhi dei turisti, anche di quelli meno attenti. Esistono infatti poche altre realtà (forse nessuna) in cui alcuni negozi attualmente aperti sono sormontati da insegne che rimandano altrove, a un’altra epoca del commercio, ad altri nomi, ad altre storie. In un periodo in cui il tessuto commerciale della nostra città sta cambiando pelle, ci è sembrato importante ripartire da questi frammenti della Lucca passata. Il percorso iniziato il primo mercoledì di gennaio durerà per tutto il 2017: settimanalmente

racconteremo sul quotidiano, sul sito del Tirreno Lucca e sull’account @igersLucca, storia ed estetica di quelle insegne.Tutto, ovviamente, partendo da una fotografia: l’hashtag di riferimento è #luccainsegne! Per vedere tutti gli articoli pubblicati visitare http://bit.ly/luccainsegne

Il Disco Rosso e 60 anni di gioco in San Paolino

Le operaie della manifattura le prime clienti:
ora è regno degli appassionati di modellismo

di Anna Saccoccio

LUCCA. «Ricordo esattamente il giorno in cui montammo l’insegna del Disco Rosso. Era una scritta al neon luminosa, rosso fiammante, all’epoca andavano molto di moda». A parlare è Luciano Chelini, calzolaio. È appoggiato alla porta chiusa del suo negozio in via San Paolino, in piedi sul gradino esterno, le braccia incrociate sul grembiule da lavoro, mentre racconta, con un gesto indica il negozio di giocattoli di fronte, sul lato opposto della via. Era il 1956, Luciano aveva meno di vent’anni e lavorava per una ditta di neon di Lucca, la “Neon Scalena”. Quando poteva aiutava il cognato a riparare le scarpe nel negozio che sarebbe in futuro diventato suo e che oggi gestisce assieme al figlio Danilo. «Lisa e Sergio erano due persone fantastiche – racconta parlando dei coniugi Di Martello, i primi proprietari del negozio di giocattoli, che negli anni ne cambiò quattro e ora appartiene a Roberto Giorli, ultimo giocattolaio rimasto in centro storico – Si era molto amici, iniziammo a lavorare nella via negli stessi anni, si chiacchierava, si viveva assieme».

Prima i Di Martello avevano un bar in centro storico, poi decisero di aprire il Disco Rosso. Non avevano figli, ma ci sapevano fare con le persone e con i bambini, lavoravano molto, in quegli anni le cose andavano bene per tutti. Via San Paolino era molto vissuta, un continuo via vai di persone, soprattutto donne. «Uscivano dalla manifattura a fine giornata, giravano l’angolo proprio dietro al Disco Rosso, le vedevi passare in bici, era una vera e propria processione, si fermavano nelle botteghe a comprare gli ingredienti per la cena e poi entravano a fare acquisti negli altri negozi. Il giocattolo per i bambini era un classico». Il cavallino, la trottola, la bambola, il piccolo falegname, il meccano: le mamme lavoravano e potevano permetterseli. I negozi lasciavano pagare a fine mese. «In questo modo hanno guadagnato bene in molti, i clienti saldavano i conti puntualmente una volta ricevuto lo stipendio» racconta Luciano Chelini. Sergio e Lisa lavorarono fianco a fianco per anni, poi Sergio si ammalò e smise di andare in negozio. «Arrivò una sorella di Lisa dall’Argentina, Carolina, con la figlia. Era rimasta vedova e aveva deciso di tornare a Lucca, raggiunse Lisa dietro al bancone e gestirono il negozio assieme fino a quando non andarono in pensione».

Il Disco Rosso

Nell’82 il Disco Rosso passò nelle mani del suo secondo proprietario, il signor Puccinelli, titolare anche di un negozio di macchine fotografiche. Purtroppo dopo meno di dieci anni di attività, il il Disco Rosso fallì. Venne venduto all’asta e comprato da Dante Marchi, suocero dell’attuale titolare, che dal 1991 lo gestì per più di vent’anni, fino a quando, un anno fa, passò a Roberto Giorli. Dagli anni ’90 il negozio cominciò a specializzarsi in modellismo, settore che oggi, in cui il giocattolo si vende sempre meno, garantisce a Roberto alcuni clienti fissi.

«Accadde quasi per caso – racconta – quando mio suocero comprò il negozio e i giocattoli rimasti invenduti, in magazzino trovò molti modellini. Non volle disfarsene visto che avevano un certo valore e anzi decise di integrare l’offerta». Oggi il Disco Rosso continua ad attrarre appassionati di modellismo. Vengono per osservare le moto e le macchine riprodotte in miniatura, arricchire la loro collezione o chiedere un consiglio. Ingolfato nel suo piumino blu un uomo cammina spedito per via San Paolino, si ferma di fronte al negozio, osserva i modellini esposti in vetrina e entra. Si chiama Stefano Giusti. Classe ’55, frequenta il Disco Rosso da anni. Il primo modellino lo comprò nel 1996. «Era la Aston Martin DB5 di 007 della Corgytoys. Scala 1:33. Ricordo ancora il prezzo. La pagai cento mila lire», racconta con un sorriso. Il negozio l’ha scoperto da grande, da bambino andava al 48 o alle Mura, che ora non ci sono più. Negli anni sono cambiati i clienti, i giocattoli, i proprietari, ma il Disco Rosso continua a fare sognare grandi e piccoli, l’insegna non è più illuminata come un tempo, ma è sempre lì, vintage, simbolica e testimone per sessant’anni della vita di San Paolino.

IL PROGETTO #LUCCAINSEGNE

Tratto dal Il Tirreno cronaca di Lucca del 18 gennaio 2017

Insegne di Lucca #2

Lo scandalo delle due Veneri in via Fillungo

Per #luccainsegne la storia della vetrina della profumeria Mennucci e delle polemiche per le donne svestite.  di Luca Cinotti Tratto da Il Tirreno ed. Lucca del 11/01/2017

La vetrina dell’ex profumeria VenusLa vetrina dell'ex profumeria Venus

LUCCA. Daniele da Volterra, detto “Il Braghettone” era il pittore che venne incaricato nel Cinquecento di coprire le “nudità” michelangiolesche nella Cappella Sistina. E forse qualcuno lo invocò anche nel 1922, quando a Lucca, in piena via Fillungo, fece scandalo la nuova vetrina della profumeria Venus di Pietro Mennucci, che mostrava in bassorilievo due donne senza veli.

La seconda tappa del nostro viaggio fra le vetrine storiche della città ci porta nel cuore pulsante delle città e del suo commercio. In quella via Fillungo dove, già all’inizio del Novecento, Pietro Mennucci aveva una rivendita di giornali e profumi a due passi dalla Loggia dei Mercanti. Nel 1905 la grande intuizione commerciale e imprenditoriale: rinnovò i locali fatiscenti per creare una profumeria di lusso, in un ambiente di grande suggestione creda dalla maestria di Spicciani. Un salottino campeggiava in mezzo alla sala, incastonato fra il bancone e gli armadi lungo le pareti.

L’aspetto esterno, che possiamo ammirare anche oggi, risale come detto al 1922. Quando venne realizzata la grande “mostra” in marmo bianco. C’è unìattribuzione allo scultore Alfredo Angeloni, anche se su questo non vi è concordia. Sulla qualità del lavoro, invece, non ci sono né ci possono essere dubbi di sorta. Un manufatto che si inserisce nella migliore tradizione del liberty. Le due figure femminili – una di fronte, una di schiena – con i capelli sciolti e le decorazioni in bronzo subito al di sopra, sono perfetta sublimazione di questo periodo che tanto ha realizzato nel centro di Lucca ma anche al di là del Monte di Quiesa, in Versilia.

Una foto d'epoca dell'interno della...

Eppure ci fu chi non apprezzò affatto questo lavoro, e in particolare questi due bassorilievi. Come ricordato infatti dalla professoressa Carla Sodini, a tanti quelle che forse erano allegorie di Veneri parvero troppo audaci. Nel giugno di quell’anno sulle pagine de “Il Mondo Lucchese” comparve un articolo che lodava l’iniziativa di Mennucci e il negozio «magnifico, sfolgorante di luce, improntato a criteri di eleganza e di modernità non comuni». Ma il pezzo proseguiva poi così: «Si è voluto è vero rilevare, forse giustamente, che quella mostra di niveo marmo, anche per lo stile, non è troppo intonato all’ambiente lucchese». Salvo riconoscere che «le ulteriori sagomature in ottone che vi sono state apposte hanno notevolmente modificata questa impressione».

Pietro Mennucci non si fece toccare dalle critiche e andò avanti per la sua strada, con la sua attività. Anzi, secondo l’anonimo articolista del 1922, le sue idee avrebbero dovuto essere di ispirazione per altri commercianti. Molti di loro, invece, pe rnon attirare l’attenzione del fisco, preferivano «a disdoro dell’estetica della città» tenere i denari in banca, «anziché trasformare i loro negozi, sia pure sbagliando l’intonazione e lo stile».

La famiglia chiuse la profumeria e cedette il fondo nel 1986, dopo oltre ottant’anni di attività.

Da allora e per lungo tempo il negozio ha ospitato una rivendita di scarpe. Oggi, dopo un periodo di chiusura, all’interno è tornata a esserci una profumeria, che ha intonato tutto l’ambiente a una nota azzurra, che certo ha modificato l’aspetto originario. Con il tempo è persa anche parte degli arredi, a cominciare dal salottino. È rimasta invece fortunatamente intatta la vetrina e l’ingresso. Caratterizzata non solamente dalla struttura in marmo, ma anche dai due ingressi in legno e dalle ampie vetrate di esposizione.

UN FURTO CHIAMATO BONUS (Marco Palombi)

Triskel182

La mancetta

IL GOVERNO RESTITUIRÀ AI PENSIONATI SOLO LE BRICIOLE DEI SOLDI CHE MONTI GLI AVEVA TOLTO ILLEGALMENTE. “NESSUNO PERDE NIENTE”, SOSTIENE PADOAN. MA SARÀ SOMMERSO DAI RICORSI.

Il ministro dell’Economia, ieri all’ora di pranzo, nella sala stampa di palazzo Chigi, metteva le mani avanti: “Nessuno perde niente. Il problema è chi ci guadagna e quanto”. Pier Carlo Padoan si riferiva al decreto appena approvato dal Consiglio dei ministri per “sterilizzare” la sentenza della Consulta che ha dichiarato incostituzionale il blocco delle pensioni deciso da Mario Monti per il 2012 e 2013. In sostanza, ai pensionati vanno le briciole o niente di quel che hanno perso (vedi gli esempi qui accanto): il primo agosto riceveranno un versamento una tantum che sembra un’elemosina ribattezzato “bonus Poletti”, dal nome del ministro del Lavoro.

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Si potrà lasciare prima ma con meno soldi (Roberto Mania)

Triskel182

I punti

Lasciare prima il lavoro con una pensione minore e dare più spazio ai giovani.

PRIMA in pensione ma con un assegno più basso. Il governo ha annunciato che con la prossima legge di Stabilità cambierà di nuovo l’età per andare in pensione. Non più la rigidità della legge Fornero (oggi l’età per la pensione di vecchiaia è di 66 anni e 3 mesi per gli uomini e le donne tranne che per le lavoratrici del settore privato per le quali servono 63 e 9 mesi) ma forme di flessibilità con penalizzazioni crescenti dell’assegno quanto più ci si allontana dall’età standard per la vecchiaia. Insomma si estenderà a tutti, anche a coloro che andranno ancora in quiescenza con il sistema retributivo e a coloro che ci andranno con il sistema misto (retributivo e pro-rata contributivo) l’effetto del calcolo contributivo: se vai prima in pensione, l’ammontare dei contributi che hai versato e che determina la pensione si…

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#LaBellaResistenza e i guerrieri Ninja

lpado.blog

Cari amici, purtroppo si avvicina il 70º anniversario della liberazione. Lo so, qui a nessuno frega sega del 25 aprile, ma è comunque opportuno fasarci al meglio per evitare inutili perdite di tempo.

So che nessuno di voi si sognerebbe di lanciarsi in noiosi approfondimenti divisivi o inutili distinguo ideologici, ma volevo comunque condividere qualche highlight, sperando possa esservi utile. In seguito al brainstorming, vi inoltrerò qualche slide, assieme ai vostri follow-up.

Andiamo con ordine.

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